Come produrremo (e consumeremo) energia in futuro?

Ambiente e clima
26 Aprile 2017

di Marco Santarelli, Greenreport.it

In un mondo in cui la connettività conta più delle dimensioni, come dice Parag Khanna, stratega geopolitico, per pensare e riflettere su quella che sarà l’energia del futuro bisogna non più approcciare il fenomeno da un punto isolato, che può essere la nostra nazione, ma da una visione seriamente globale. Bisogna capire (e i vari incontri sul clima ce lo dovrebbero dimostrare, così come l’elezione di Trump negli USA) che quello che molti chiamano banalmente “effetto farfalla”, ovvero il propagarsi delle conseguenze di un evento in paesi a milioni di km di distanza rispetto a dove lo stesso viene generato, diventa il punto di riferimento. Man mano che le popolazioni si connettono tra loro, le intelligenze si concentrano sempre in quelle che possiamo chiamare, citando ancora Khanna, “global cities”.

Pensiamo alle carni alimentari, alle importazioni di prodotti e alle strategie marketing che sembrano nascere in Cina o in USA e oggi arrivano in maniera molto più veloce rispetto al passato in ogni parte del mondo. Se dobbiamo fare un decorso serio in tale direzione dobbiamo capire che studi sull’energia o “cappelli” messi sul futuro possono avere senso solo se la diffusione dell’energia si apre ad una scala globale, in cui gli standard obbligatori relativi provengono da normative e riferimenti internazionali e non locali.

Gli impegni assunti dalla COP22, ultimo degli incontri annuali sui cambiamenti climatici, ce lo dimostrano. Ma nel frattempo c’è qualcosa che stride. Si inizia a giocare con i numeri, o meglio con le date e con gli approcci. Partiamo da questi ultimi: le questioni sul clima, con annessi e connessi, riguardano più indicatori e non il solo problema. Il focus energetico (elettrico e gas), il problema dei rifiuti, l’aumento della popolazione, il divario tra ricchezza e povertà degli stati, lo scioglimento dei ghiacci, il movimento degli animali e così via: sono tutti fenomeni che hanno un legame inscindibile tra loro e sono propedeutici per capire il fenomeno in generale. Ad esempio, per dirne una, se non sappiamo quante persone e aziende hanno bisogno, in un determinato territorio, di energia, rispetto a quello che si produce in quello stesso territorio, non riusciamo ad inquadrare il problema nella sua globalità.

Riguardo ai dati, le cose non è che vadano meglio. Al di là dei proclami sui social di pseudo-esperti che pubblicano dati ogni giorno quasi attendendo il miracolo, dobbiamo dire che con il protocollo di Kyoto del 1997, vero spartiacque in tema di cambiamenti climatici, si è tentato di “bloccare” la crescita della temperatura media globale sulle terre emerse e sulla superficie degli oceani ad un massimo di +2 gradi centigradi. Ai tempi si era posto come deadline l’anno 2020.

Il World Energy Outlook 2016 (WEO), come ci riporta l’IEA, International Energy Agency, con dati ancora provvisori per il 2016, ma definitivi per il 2015, ci parla di un nuovo slancio alla transizione “verso un sistema energetico a più bassa intensità di carbonio e più efficiente”, senza però registrare un’alterazione del trend di continua crescita dei fabbisogni energetici globali. Quindi, mentre crescono i fabbisogni, le richieste per intenderci, ancora non siamo riusciti a produrre quanto basta. O perlomeno, in prospettiva, non siamo capaci di organizzare bene la produzione, ora diversa.

Da questa prima riflessione abbandoniamo ogni speranza quindi per il 2020. Analizzando lo scenario globale, ci si aspetta che la domanda mondiale di energia, sempre secondo il WEO, aumenti di un terzo al 2040, con l’incremento principalmente guidato da India, Cina, Africa, Medio Oriente e Sud Est asiatico. Nel documento di riferimento, IEA dice espressamente che “la crescita attesa dei consumi mondiali viene interamente assorbita dall’insieme dei paesi non-OCSE mentre i trend demografici e i cambiamenti strutturali dell’economia, unitamente ai miglioramenti di efficienza, determinano una riduzione complessiva della domanda OCSE rispetto al picco raggiunto nel 2007. Il calo è guidato da Unione Europea (-15% lungo l’orizzonte di proiezione), Giappone (-12%) e Stati Uniti (-3%). In molti paesi, i suddetti impegni incentivano l’uso di fonti e tecnologie a più bassa intensità di carbonio, con la quota delle fonti non fossili che passa dall’attuale 19% al 25% del mix energetico mondiale nel 2040. Tra i combustibili fossili, solo il gas naturale – quello a minore intensità carbonica – registra un aumento del suo peso relativo”.

Il WEO, dal canto suo, dice che “entro il 2030 il consumo di energia pro capite raggiungerà il suo picco e, secondo le proiezioni contenute nello scenario più ottimistico, al 2060 il fabbisogno mondiale di energia primaria rallenterà sensibilmente”. Questo grazie ad un’ urbanizzazione più capillare e una crescita della classe media, soprattutto in Asia, che contribuiranno a diffondere consumi energetici sempre più caratterizzati da grandi consumi di elettricità.

Ma diamo uno sguardo sulla produzione di energia elettrica: ad oggi le rinnovabili coprono tra il 23% e il 30% a livello mondiale, se intendiamo il mix energetico (compreso idroelettrico); per quanto riguarda la produzione di petrolio, non è destinata affatto a sparire, anzi, si raggiungerà il picco nel 2030 con una produzione massima compresa tra i 94 e i 103 milioni di barili al giorno, per arrivare, nel 2040, a 104 milioni di barili al giorno. Tuttavia, la mobilità a basso tenore di carbonio, secondo quanto contenuto nel WEO16, se ci saranno i presupposti, farebbe crollare in futuro l’utilizzo del petrolio nel settore dei trasporti dal 92% di oggi al 60% entro il 2060. Inoltre, i biocarburanti andrebbero a coprire una quota del 21% del mix energetico dei trasporti, mentre i veicoli elettrici potrebbero rappresentare un terzo del parco veicoli entro il 2060. Per il carbone, probabilmente già entro il 2020, si raggiungerà il picco, ma la verifica è determinata dalle scelte di politica energetica di India, Cina e Usa.

Insomma i report seri (e non riflessioni di enti improvvisati) ci offrono un amaro presagio riguardo alle emissioni climalteranti: si stima che si potrebbe giungere alle 1000 Gt di CO2 prima del 2040. Nelle note di tali report si specifica che nel periodo 2014-2060 l’aumento della popolazione mondiale, unito a una diffusa crescita economica, favorirà l’incremento della CO2 in atmosfera. Il panorama più drammatico – caratterizzato dall’assenza totale di una politica climatica globale – prevede nel 2060 un aumento complessivo del 5% delle emissioni rispetto ai valori registrati nel 2014.

Secondo tutte queste premesse, come già ci aveva avvertito la Francia, nel 2060 potremmo avere quindi un pianeta più caldo di ben 3 °C in confronto alle temperature del passato preindustriale.

Se il futuro dell’energia si prospetta così tragico, bisogna capire quali e come saranno le energie del futuro, con un approfondimento anche di quello che sarà il modello di sviluppo dei paesi e i loro rapporti, i sistemi di approvvigionamento e la futura gestione dell’energia. Dico questo perché, tecnicamente, ogni paese a livello internazionale ha una conformazione propria che oggi più che mai nasconde vulnerabilità in tutto il sistema e prima di tutto dobbiamo capire come far interagire queste diversità e come, nelle stesse differenze, poter scambiare attivamente ciò che si produce.

Ma quali possono essere le fonti? Tre sono le possibili energie del futuro: sole, acqua e energia in rete.

(Versione integrale disponibile su Green Report) 

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