La strada norvegese da seguire

Green Economy
15 Maggio 2017

di Elena Veronelli, Nova 

Chi è partita prima posizionandosi sulle vette della classifica, come la Norvegia. Chi era in ritardo ma ha poi ha sterzato con un forte colpo di coda, come la Germania. Chi ha talmente corso che ora rischia di non riuscire a gestire il “successo”, come la Francia ed il Regno Unito. La maggior parte dei Paesi d’Europa si dà un gran da fare sulla mobilità elettrica, con programmi e obiettivi ambiziosi, in termini sia di veicoli circolanti sia di punti di ricarica, sempre più numerosi e veloci. In questo quadro l’Italia, invece, si posiziona ancora agli ultimi posti.

Il recupero della Germania. Partito in ritardo, il Paese comincia a vedere i risultati dell’ambizioso piano sulla e-mobility varato nel 2016. Secondo i dati del gruppo dell’industria elettrica Bdew, nel corso dell’ultimo anno il numero di punti di ricarica per auto elettriche è cresciuto in Germania del 27%, arrivando a 7.407. In questo quadro, E.ON ha annunciato la presentazione di oltre 700 domande per la realizzazione nel Paese di altrettanti punti di ricarica. Inoltre, il gruppo tedesco ha stretto una partnership con il provider di servizi danese per la mobilità elettrica, Clever, per creare una rete di ricarica ultra-veloce lungo le autostrade europee, ogni 120-180 km.

Il potenziamento dell’infrastruttura ha dato ovviamente slancio al numero di auto elettriche circolanti del Paese: pur essendo ancora molto basso, il trend di crescita è notevole: secondo i dati di Bdew, sono oggi circa 77 mila contro i 4.000 del 2011.

Il trionfo della Norvegia. A gennaio 2017 le auto elettriche e ibride hanno battuto quelle a benzina e diesel, con una percentuale del 51,4%. È la prima volta che accade nella storia del mondo occidentale. Nello specifico, a gennaio le vendite di auto elettriche hanno rappresentato il 17,6% di tutte le nuove immatricolazioni e quelle ibride il 33,8%. Il Paese scandinavo conferma così nel settore il secondo posto mondiale, dopo la Cina.

A spingere i norvegesi verso i veicoli elettrici, ci sono varie ragioni: sono esenti dall’Iva e dalle tasse di acquisto, non pagano il pedaggio stradale, le spese di utilizzo dei tunnel e le spese di trasporto in traghetto. Possono parcheggiare e utilizzare le corsie degli autobus. Ma anche qui alla base di tutto ciò c’è una struttura di ricarica molto diffusa, che, secondo le stime governative, arriverà a una colonnina ogni 10 veicoli elettrici entro il 2020.

Reti a rischio in Francia e Uk. Ci sono Paesi europei in cui le auto elettriche hanno registrato un boom talmente rapido che rischiano di mettere sotto pressione la rete energetica. È il caso del Regno Unito, uno dei Paesi Ue che ha visto crescere maggiormente i veicoli elettrici. Nei giorni scorsi il sottosegretario ai Trasporti, John Hayes, ha dichiarato che è importante che le batterie vengano ricaricate in orari opportuni per evitare di sovraccaricare il sistema energetico con una domanda troppo intensa. Uno dei maggiori distributori, Sse, ha confermato che la maggior parte dei proprietari ricarica le batterie delle auto elettriche subito dopo il ritorno a casa dal lavoro, quando la richiesta energetica è già al picco della giornata.

Stesso discorso per la Francia. Secondo uno studio realizzato da Enedis (ex Erdf) emerge che la grande diffusione delle auto elettriche potrebbe mettere in crisi, entro il 2030, i sistemi di distribuzione dell’energia, pur essendo il Paese un forte produttore di elettricità anche con centrali nucleari. Già a fine 2017 – sottolinea il report – ci saranno in Francia 122mila prese per la ricarica. Il totale della potenza installata sarà a fine 2017 di 730 MegaWatt, valore che corrisponde alla produzione di ben 240 impianti eolici.

Italia al palo. Al di là di questi “casi” particolarmente virtuosi, in generale gli altri Paesi europei stanno di gran lunga avanti a noi. Ognuno ha la sua ricetta, che va da generose politiche di sostegno per l’acquisto dei veicoli elettrici a facilitazioni negli spostamenti come l’utilizzo delle corsie preferenziali. Ma la carta vincente è comunque sempre una rete infrastrutturale capillare e sempre più rapida. Secondo i dati di Cives (Commissione Italiana Veicoli Elettrici e Stradali a Batteria, Ibridi e a Celle Combustibili), dal 2011 al 2016 la Norvegia ha immatricolato 112.950 autovetture (puro elettrico e ibridi con batterie ricaricabili dalla rete), di cui 44.900 solo nel 2016. Ultima in classifica per quota di mercato è l’Italia, con 8.800 dal 2011 al 2016 (2.850 nel 2016).

«Lo sguardo ai Paesi in cui la e-mobility sta avendo maggior successo testimonia che per avviare la sua diffusione occorre un ruolo attivo delle istituzioni a tutti i livelli (ricarica pubblica e domestica, incentivazioni economiche e fiscali, regolamentazione locale della mobilità). In quei Paesi le parole chiave sono state alleanza tra i soggetti istituzionali, programmazione nazionale e regionale, obiettivi quantitativi», spiega a Nòva24 il presidente della Cives Pietro Menga, che aggiunge: «In Italia è proprio l’assenza di questo spirito programmatico e di cooperazione che ci ha finora messo fuori gioco, con un mercato dell’auto elettrica ancora limitato allo 0,14% contro l’1,5% medio europeo o il 20-30% della Norvegia e dell’Olanda».

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